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A volte mi capita di essere contattata da persone che vogliono sapere il significato del Mandala che hanno disegnato o colorato. Mi dicono, cosa vuol dire il mio Mandala? Cosa succederà nella mia vita? Cosa mi riserva il futuro? Cosa dice di me?


Immancabilmente le devo deludere tutte le volte, perché io non ho le risposte a queste domande. Mi occupo di geometria sacra, arte oggettiva, feng shui, numerologia, Counseling ma proprio non di oroscopi!


Per questo a scanso di equivoci, voglio precisare che i mandala, intesi come il congiunto delle forme, colori e simboli che contengono, non possono mai significare una cosa sola! Per esempio, è da escludere la possibilità che se una persona ha disegnato (senza sapere veramente di che simbolo si trattasse) un seme della vita, allora rimarrà in cinta la notte seguente ! O che se salta fuori una vescica piscis allora ci troviamo di fronte a un problema di prostata (perdonate l’ironia). Questo è un modo di pensare causalistico (ovvero che a un determinato simbolo deve per forza corrispondere uno specifico significato secondo un rapporto di causa-effetto) che non funziona in un contesto come quello dei Mandala.


Possiamo distinguere tra significato, interpretazione e messaggio. Il significato associato a un simbolo non è mai univoco. Questo avviene anche con le parole. Se io per esempio dico la parola uomo, ognuna di voi assocerà un significato diverso. C’è chi penserà a suo marito, chi al suo uomo ideale, chi al genere umano, chi all’ultimo uomo che ha visto prima di leggere questo articolo. I significati possono essere infiniti. Ad esempio se parliamo di geometria il cerchio può significare il Sole, l’Universo, la Terra, la testa, la ruota, l’essere umano, la psiche e tante altre cose. Quello che avviene nella comunicazione, è ancora più accentuato nell’arte. Ognuno può attribuire un significato diverso a un’opera artistica.


Se parliamo di interpretazione dobbiamo adottare un metodo, una tecnica, una disciplina che ci permetta di mettere ordine ai significati in modo da leggerli secondo un determinato punto di vista. Per esempio il colore rosso può essere interpretato come fuoco secondo il Feng Shui, come primo chakra secondo le filosofie orientali, come pericolo secondo la segnaletica in voga nei paesi occidentali, come una fase di trasformazione interiore detta rubedo nell’Alchimia, etc… Quando interpretiamo dobbiamo decidere un contesto preciso che stabilisca quali sono le regole per selezionare il significato.


Il messaggio non è detto sempre che ci sia. Infatti possiamo leggere un Mandala dandogli un’interpretazione che proviene dalla Geometria Sacra e dalla numerologia ma questo non significa che ci comunichi qualcosa a noi personalmente. L’interpretazione e i significati sono teorici, il messaggio ci colpisce dentro, provocando un cambiamento nel nostro stato d’animo soggettivo. Per esempio posso creare un Mandala guardando la tv o in uno stato meditativo. Nel primo caso mi sarà ancora possibile interpretarlo e dargli un significato ma non avrà un messaggio. Nel secondo caso farò un’esperienza nel corpo e nella mente, che è possibile solo quando si è in uno stato di coscienza ancorato al presente, e così aprirò il canale di comunicazione con il Mandala e sarò pronta ad accogliere il suo messaggio.


Detto tutto questo, come si fa allora a leggere un Mandala? Avere una ricetta per interpretarli o affidarsi a una griglia prestabilita di significati può essere limitante se io non considero “me stessa” nel “qui e ora” che include l’ambiente, lo stato emotivo, mentale e fisico.


Prima di chiedermi un’interpretazione la prossima volta 😉 chiediti cosa significa per te e qual è il messaggio che ti dà nel tuo presente mentre lo fai e lo guardi. Solo dopo che hai fatto questo, se vuoi, io potrò arricchire la mappa dei significati che conosci e darti spunti interpretativi che potranno alimentare la tua prossima esperienza di disegno o creazione dei Mandala.

 
 
 



Proviamo a immaginare noi stessi, il nostro corpo e la nostra mente, come se fossimo un forno. So che vi potrà apparire un’immagine bizzarra e non di non semplice collocazione, eppure può divenire anche il principio di una meditazione rivelatrice di alcune verità fondamentali su noi stessi.


Se noi fossimo un forno (gli arabi direbbero at- tannur, di cui l’athanor alchemico), cos’è che verrebbe cotto? Come si genererebbe il fuoco e come sarebbe possibile tenerlo acceso? Che fine farebbe la sostanza che viene cotta?


Dobbiamo lavorare col materiale che abbiamo a disposizione, che è lo stesso per tutti gli esseri umani. Quello visibile, il corpo, e quello invisibile, le emozioni, i pensieri e le sensazioni o come dice Titus Buckhardt “l’insieme di facoltà psichiche che hanno il corpo per supporto e sono accessibili tramite la coscienza corporea”. Da ciò ne consegue che tutti noi siamo dei forni o se preferite, ognuno di noi è provvisto da madre natura della dotazione di un fornello alchemico al momento della nascita, che va poi restituito al momento della morte. Il fatto di essere in possesso dello strumento non significa che questo venga utilizzato. Tuttavia esiste la possibilità.


Ora veniamo al fuoco. Dove si trova? In un desiderio, in un’immagine mentale, in un’emozione che ci fa vibrare e ci scuote. Qualcosa sempre brucia dentro di noi. Non solo: quando sentiamo un dolore, un mal di testa o di pancia, il corpo si incendia e naturalmente in tutti questi casi, quando il fuoco si spegne, si accumula dentro di noi la cenere che ne resta. Per questo sentiamo il continuo bisogno di purificarci, per smaltire ed espellere le sostanze nocive che si accumulano nel nostro organismo.


Farsi bruciare dentro da emozioni negative e passioni passeggere non significa tuttavia che si sta usando il forno alchemico. Al contrario l’autocombustione della materia necessaria per il lavoro ci priva della possibilità di iniziare ad usarlo. Il fuoco è nascosto nell’attenzione. Esempio: ho un’avversione verso qualcuno. Se la lascio bruciare dentro terminerò per avvelenarmi o compiere un’azione avventata. Se presto attenzione a quella avversione sforzandomi di considerarla per quello che è, sto generando il fuoco che serve ad alimentare il mio forno alchemico. In questo caso il fuoco non brucia ma trasforma e la sostanza che viene generata da questo processo, il residuo o cenere del processo alchemico non avvelena il corpo e la mente, ma li rigenera e ravviva.


Inoltre la forza vitale che abbiamo dentro, l’energia che ci permette di respirare e muoverci ha in sé un fuoco latente potentissimo. Per risvegliarlo e alimentare l’athanor è necessario risiedere dolcemente in essa, in questo modo il fuoco che viene generato non è violento ma avvolgente e penetrante. Il calore risultante vivifica l’anima restituendoci la gioia della percezione. Il fuoco alchemico genera la sostanza dell’anima, la ravviva e la alimenta. Su di essa le passioni non hanno più presa in quanto la cenere diviene una sostanza viva e un terreno fertile per l’influenza di elementi più sottili e meno grossolani delle emozioni negative.


Esempio. Mi sento debole e con poca forza vitale. Per accendere il fuoco avrò bisogno di porre la mia attenzione sulla sensazione stessa di debolezza, percependola da dentro e esplorandone i confini. Può sembrare un paradosso ma in questo modo il fuoco latente viene risvegliato ed è possibile accedere all’athanor.


Il linguaggio alchemico è sempre stato oscuro e ermetico non per licenza poetica gratuita ma perché può condurre la mente a un atteggiamento introspettivo. I simboli, le allusioni e le metafore ci aiutano a dischiudere lo scrigno nel quale teniamo chiuse le forze elementali che costituiscono il senso più profondo della materia. Gradualmente ci rendiamo più sensibili all’energia che ci agita e ci vivifica, indipendentemente dalla situazione di partenza della nostra personalità. Che siamo deboli, violenti, irascibili o tristi abbiamo tutti la stessa possibilità di riscoprire il fuoco e far funzionare il forno interno.

 
 
 

Il mondo della natura è fatto da un grande numero di forme che si riflettono in un solo specchio o meglio, è una sola forma riflessa da innumerevoli specchi

Muhammad ibn ʿAlī ibn Muhammad ibn al-ʿArabī


Ognuno di noi conduce la propria vita dentro uno degli specchi di cui parla la citazione. Gli specchi possono essere le sensazioni, le emozioni, i pensieri, le abitudini, le convinzioni, i vizi, le dipendenze o semplicemente uno dei cinque sensi. Ci sono persone che si definiscono per il fatto che guardano, altre perché parlano, alcune perché toccano e così via. La maggior parte si identifica come persona con preoccupazioni o persona che ricorda o persona che sogna. Quello che cambia è solo lo specchio ma non c’è traccia nella consapevolezza dell’uomo della forma riflessa.


Prima domanda: cos’è la forma riflessa?


Nel linguaggio alchemico è la materia prima, considerata allo stesso tempo la sostanza che contiene ed è contenuta in tutte le cose (“è la vergine a causa della sua infinita purezza e ricettività, ed è la prostituta giacché sembra concedersi a tutte le forme”).


Chiunque può iniziare un lavoro alchemico, in qualunque situazione di vita si trovi, non è necessario essere dei topi da biblioteca che maneggiano sostanze misteriose in oscuri locali polverosi.


Siccome non siamo abituati ad osservarci, non ci rendiamo conto che questa “materia prima” tende ad accumularsi in qualche particolare punto del nostro corpo o della nostra mente, nonostante sia presente in ogni luogo (secondo un’immagine alchemica l’uomo è come una miniera dalla quale va estratta la materia dell’opera). Esiste quindi una entrata segreta che si nasconde proprio laddove ci portano le nostre tendenze.


Ci sono cose che “non riusciamo a non fare”, perché è più forte di noi. Forse la soluzione non è quella di cambiare queste cose, ma piuttosto di partecipare alla loro manifestazione in un altro modo.


Seconda domanda: qual è quella cosa che non riesco a non fare e che nasconde una porta segreta?


Non esiste una risposta standard a questa domanda, in quanto ogni uomo è posseduto da una fissazione diversa. Possono essere anche tante piccole fissazioni, in quel caso la porta segreta si può nascondere dietro a una crisi, che periodicamente si manifesta nella vita dell’uomo.


Se le condizioni di partenza non importano, è invece fondamentale l’atteggiamento che l’uomo decide di assumere di fronte a le condizioni che vive.


Detto che per il lavoro alchemico può non bastare un’esistenza, ci dev’essere la disponibilità ad osservarsi per come si è. L’intento dell’alchimia non è quello di avere successo, fama o denaro nel mondo, che al massimo sono conseguenze indirette dell’Opera, ma quello di fondere lo Specchio della Coscienza per fissare la sostanza dell’Anima.


Riccardo Cantone

 
 
 
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